Le violenze visibili e quelle invisibili: cosa è cambiato e cosa dobbiamo ancora cambiare?

Giovedì 02 luglio 2020 in: SessualitàIntervisteDonneDiritti sessuali

Questo il tema trattato nel corso della diretta del 15 giugno con Mara Romandini.

Ecco un estratto delle domande e risposte più significative:

Nella prefazione al libro "Mai Molestin" di P. Vanessi scrivi: “Uguaglianza è riconoscere le differenze e colmare divari per consentire pari opportunità. Cosa significa in relazione al rapporto uomo/donna nell’attuale società?

La verità vera è che uomini e donne non sono uguali: a dispetto di quello che, sbandierando la legge, si vuol far credere, la biologia, le neuroscienze, la sessuologia ci dicono che uomini e donne non sono uguali. Anche la medicina sino a qualche anno fa ha trattato come uguali le donne e gli uomini, per poi scoprire che sintomi e cure di malattie non possono ricevere sempre pari trattamento: ora si parla di medicina di genere, persino di nutrizione di genere. Ed è proprio da questa diversità che si deve ripartire: parità di fronte alla legge non vuol dire abolire o negare le differenze. Questa non è uguaglianza.

Uguaglianza è riconoscere le differenze e colmare divari per consentire pari opportunità. Uguaglianza è capire cos’è l’essere donna e l’essere uomo, trovare la propria identità e starci dentro senza “indossare” gli abiti dell’altro, ma anche senza aspettarsi che l’altro indossi i nostri.

Quello che, sia ben chiaro, a fronte delle diversità di genere riconosciute dalla scienza, non potrà mai essere negato sono i diritti che ci appartengono in quanto persona e non in quanto individui appartenenti a un genere. E qui mi piace richiamare i diritti sessuali: il campo maggiore, ma anche il più minato dove va giocata la partita dell’uguaglianza giuridica. E quando parlo di diritti sessuali dico semplicemente: diritto alla sessualità come bene della persona, diritto ad avere relazioni serene e non violente o abusanti, diritto di scegliere con quale partner stare e per quanto tempo, diritto ad aver cura di sé e del proprio corpo, diritto a ricevere informazioni corrette, diritto a ricevere rispetto, ascolto, protezione e tutela. Questa è l’uguaglianza che deve garantire la legge

E alle donne vorrei dire: non tentiamo di essere”uguali” agli uomini, noi siamo diverse. Solo così lo faremo capire agli altri, non è una lotta all’essere come altri o superiori, è battaglia per essere se stesse, con le proprie differenze, le proprie autonomie, scelte

L’uguaglianza, la  parità è garantire stesse opportunità di scelte, stesse possibilità, sostenere le differenze e intervenire perchè le differenze non diventino ostacoli.

C’è qualcosa e cosa potremmo fare nella vita di tutti i giorni per combattere qualsiasi tipo di violenza di genere?

I cambiamenti avvengono con le piccole cose del quotidiano, ognuno può e deve essere la goccia dell’oceano.

Innanzitutto le donne: dobbiamo vincere l’idea che essere vittima sia una colpa, che non ce la possiamo fare ad uscire dalle situazioni, che abbiamo bisogno assoluto dell’uomo, bisogna lavorare sull’empowerment, non sentirsi sole. E il primo passo dobbiamo farlo noi. Nel senso di cambiare atteggiamento: apprezzare le altre donne,  non denigrare le altre donne, non giudicare, imparare la solidarietà: ognuno, nel lecito, ha diritto di essere quello che vuole. E le prime a non giudicare dobbiamo essere noi.

Per questo alle donne dico di creare alleanze con le altre donne, che ci sono professionisti e servizi, anche gratuiti come i consultori, i centri antiviolenza, alcune associazioni, in cui parlare è possibile.

La prima cosa non solo in ordine d’importanza, ma soprattutto in ordine temporale, prima che il conflitto degeneri, prima che la piega diventi irreversibile: parlare ai primi segnali, alle prime paure, ai primi disagi persino. Il silenzio accompagna ancora “complice”, involontario o succube, migliaia di episodi di abuso, violenza, molestie.

Facciamo sentire la voce quando le relazioni sono dolorose, quando le sopraffazioni sono psicologiche, quando gli schiaffi colpiscono, quando sentiamo l’avvilimento morale, la paura. Quando ci lasciamo sopraffare da comportamenti sacrificali che minano nel profondo l’autostima.

Quando l’essere donna fa male.

 

Poi ognuno ha un ruolo etico-sociale: giornalisti, avvocati, forze dell’ordine, psicologi, operatori in genere.

Concedimi, nel mio piccolo, d’essere l’accusatrice di un altro modo di fare processi e indagini, di quel fuorviante modo di “lottare” contro la violenza e gli abusi proprio del nostro mondo multimediale: quel mettere in prima pagina storie drammatiche, a volte tragiche, a volte sensazionalistiche, a volte inconsistenti che, con la pretesa di dar voce, invece creano caos, confusione e, alla fine, sconcerto e diffidenza. Un modo di rendere pubblici fatti veri o presunti, con clamore, per lo spazio di pochi giorni, senza creare informazione vera, conoscenza dei diritti e delle possibili tutele. Quella prassi di mescolare violenza, abusi, molestie, minorata difesa, revenge porn e quant’altro come se non fossero cose diverse, come se la legge non prevedesse per ognuno di quei reati strade diverse di protezione e tutela. Senza mai spiegare, perché non lo si conosce, come agire, come reagire, perché denunziare, quando sporgere querela. Ma soprattutto, al di là del clamore, di far capire che parlare è la prima cosa.

Ad esempio gli avvocati avrebbero, se formati, un ruolo importantissimo nel gestire le crisi familiari.

Una donna vuol fare solo la mamma? Deve poterlo fare (non glielo consigliamo a meno che non se lo possa permettere economicamente)

Vuol fare la manager e la mamma? Deve poterlo fare, sapendo bene però a cosa va incontro, scelte responsabili.

Non vuole avere figli? Stesso rispetto.

Il punto è trovare noi, da noi, i nostri equilibri : se lavoro 10 ore al giorno, i miei figli hanno diritto ad avere una mamma sorridente, il mio partner una compagna non lamentosa, una donna che fa passare l’amore per il lavoro e la famiglia, il senso di responsabilità, la dignità, che si organizza:  si fa quel che si riesce a fare, senza strafare. Impariamo a fare le nostre scelte senza rimpianti o rimorsi. Tante di noi sono delle wonder women, ma tante vivono lamentandosi: questo non va bene, non ci fa bene.

Se forse gli uomini si esponessero di pìù riguardo questo argomento, difendendo in un certo senso il significato di essere uomo al giorno d’oggi, sarebbe di grande aiuto per educare altri uomini che di violenza si nutrono?

Mi fanno pensare queste frasi “uomini che di violenza si nutrono” e “essere uomo al giorno d’oggi”.

Bisogna stare bene attenti al termine nutrire. Non è tanto l’uomo costantemente aggressivo che urla, picchia ecc. Da quest’uomo paradossalmente, e in línea teorica,  è più facile scappare.

Ci si nutre di violenza anche con i silenzi, sopportando, non reagendo, accumulando rabbia, rancore giorno per giorno, sententendosi squalificati, denigrati.

Aggressività e violenza: l’aggressivo è sempre violento con le parole o con i gesti o con l’uno e l’altro. La violenza da quest’uomo è in qualche modo “annunciata”

L’atto violento a volte è qualcosa che non ti aspetti.

Cresce piano piano anche in maniera soffocata per poi magari esplodere dopo una separazione o un divorzio, quando la relazione pare essere finita, ma ha lasciato una rabbia irrisolta.

Indubbiamente sarebbe più semplice e utile se l’attenzione sul tema e i percorsi fossero condivisi: avvocati, giudici, operatori. Piuttosto che una separazione frettolosa, meglio capire quanta rabbia sommersa c’è.

Bisognerebbe che l’uomo comprendesse cosa vuol dire essere uomo oggi.

Forse, però e prima, dovremmo capirlo anche noi: che tipo di uomo vogliamo? Il príncipe azzurro, l’uomo protettivo, accondiscentente, il mammo, vogliamo un uomo pari, un uomo succube, un uomo forte?

Questo vorrebbe innanzitutto capire che donna siamo e quale sia l’uomo ”giusto” per noi.

Siamo abituate a incasellare la persona di cui ci innamoriamo nei nostri desideri, aspettiamo che si realizzi l’idea che noi abbiamo di quella persona. Poi nei fatti, che donne siamo, che uomo abbiamo scelto, perchè, che coppia siamo?

Esiste una violenza da parte delle donne nei confronti degli uomini?

Se vogliamo essere onesti e obiettivi la risposta è solo una: esiste.

Alcuni ritengono che la violenza contro gli uomini sia un problema sociale che riceve meno attenzione della violenza contro le donne.

Bisogna capire che violenza è violenza sempre: la violenza non fa preferenze.

C’è chi dice che della violenza física delle donne contro gli uomini non se ne parla: bisognerebbe capire come vengono svolte le ricerche, ma sicuramente il numero dei femminicidi riportati dalle cronache sono superiori agli “omicidi”.

E se per violenza sessuale intendiamo solo lo “stupro”, la bilancia oscilla da un solo lato.

Ma la violenza, come dicevamo prima ha mille forme: fisica, psicologica, sessuale anche senza stupro: se io faccio ubriacare un uomo e poi ho un rapporto, secondo voi è la stessa violenza che perpreta un uomo che fa ubriacare o drogare una ragazza?

Se una donna “tocca” un uomo, il capo, il collega… cos’è? E così via…

Accade in varie forme. E questo attiene sempre al tema delle relazioni di genere dove gli stereotipi contano molto.

Esempio: in caso di notizia di tradimento un uomo che da uno schiaffo a una donna è un violento, una donna che da uno schiaffo a un uomo è dignitosa.

Gli uomini difficilmente ammettono di essere succubi o vittime delle donne: perchè l’uomo sarebbe il sesso forte.

Ci sono vari tipi di violenza: intrafamiliare, psicologica, a volte economica.

C’è la PAS, ci sono le denunze di falsi abusi sui figli minori ecc.

Al centro sempre una donna: “evoluta”, ma anche inibita; ora padrona ora sottomessa; in carriera, ma anche annullata da residue illusioni di crocerossina; produttiva, ma legata da amorevoli impegni familiari; disinvolta, ma fragile e imbarazzata rispetto alla mano intrusiva del datore o collega di lavoro; multitasking, ma anche timorosa di non farcela da sola. Ora tiranna, ora vittima: prende tutto per sé, figli, mantenimento, casa, eppure è lei che muore se sceglie di vivere una vita diversa da quella che il proprio compagno la obbliga a vivere.

Ci sono donne che non riescono ad esprimere o comunicare le loro necessità o i loro desideri per timore dell’opinione che il partner potrebbe farsi o per il timore di offenderlo. Questa potrebbe essere una forma di “auto-sottomissione”? Che conseguenze ci possono essere all’interno della coppia? Hai qualche consiglio da dare?

La comunicazione nella coppia non sempre è cosa facile, anche se le coppie vivono di rinunce, alternative di scelta e questo non dovrebbe mai far sentire, di aver rinunciato a qualcosa di se stesse, ai propri desideri.

In coppia non si è solo se stessi, si è “sè” e “qualcosa in più”: questo qualcosa in più che si è “insieme” porta a modificare attese e aspettative.

E qui bisogna stare bene attenti: in coppia si è in due e in due si lavora per la coppia. Se il lavoro è solo da una parte, se rinuncio troppo, se mi sento sottomessa, se temo le reazioni ingiustificate dell’altro, vuol dire che probabilmente qualcosa non funziona e che sarebbe il caso di domandarsi perchè e magari chiedere aiuto. Insieme si deve crescere, 1+1 diventare 3, non 1.

La violenza domestica è legata all’educazione sessuale che si è avuta/non avuta? E perchè, per educare le generazioni future al rispetto e non alla prevaricazione sessuale, e’ importante fare educazione sessuale fin da piccoli?

L’educazione non ha età. Deve cominciare presto, ma non deve terminare mai.

Le donne (o gli uomini) che subiscono violenza intrafamiliare devono reagire subito soprattutto se ci sono figli minori. La violenza assistita è un danno grave ed anche un reato. I danni per i piccoli potrebbero essere irreversibili.

Il rispetto dell’altro è il cardine per le relazioni tutte, non solo quelle di genere. Ma il rispetto dell’altro passa innanzitutto dal rispetto di sè: come donna, come madre. Posso essere un educatore credibile se sono “educata” e se sono un riferimento coerente con quello che dico, che sono e che vivo e non una contraddizione vivente.

E dobbiamo imparare ad essere chiari ed assertivi: comprendere gli altri, ma saper esprimere i nostri bisogni e desideri.

Imparare a essere chiari, a dire no chiaramente quando non vogliamo, a dire sì chiaramente quando vogliamo.

Dire no chiaramente è dire sì a noi, a quello che vogliamo, a quello che desideriamo. Non abdichiamo noi stessi.

E insegnamo ai nostri figli, alle nostre figlie a dire di no: anche questo fa parte di una buona educazione sessuale.

A conclusione:

  • Non temere di chiedere aiuto, sostegno: è importante che anche questo vada insegnato ai ragazzi.
  • Dobbiamo scoprire, capire che donna siamo e che donna vogliamo essere.

E così, magari, capire che uomo vogliamo accanto a noi.

 

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